Valentina Farinaccio - La strada del ritorno è sempre più corta


Valentina Farinaccio - La strada del ritorno è sempre più corta
Mondadori
2016
pp. 216
€18





In genere i libri che parlano di morti non mi fanno impazzire.
Così come quelli da diabete in fase cronica.
Le saghe familiari mi fanno venire l'orticaria.
Eppure, qui c'è un po' di tutto questo, nelle giuste dosi.
E credo che se da un libro ci si aspetta tanto, se si pretende che arrivati all'ultima sillaba, si avverta un cambiamento e non sempre ciò accade, quando si trova quello che fa scattare la molla, beh, allora vale la pena raccontarlo e consigliarlo.

E niente, cominciamo. Ci sono tre donne. E un uomo.
La prima a prendere la parola è Vera, la terza donna innamorata dello stesso uomo: Giordano, suo padre. E' un amore che fa costantemente a pugni con l'odio, il suo. A cinque anni, come a trenta, quando sarà costretta a rimettere insieme i pezzi del puzzle della propria vita.
La seconda donna è Lia, che poi è anche la seconda innamorata dello stesso uomo: Giordano, suo marito. Lei costumista, lo conosce durante una serata a teatro, e dopo il primo ciao, per anni proverà per lui solo amore, fino alla fine.
La terza voce è quella di Santa, la prima donna innamorata dello stesso uomo: Giordano, suo figlio.
Una di quelle madri che sembra non abbiano alcuna voglia di tagliare il cordone ombelicale che le lega ai figli, una di quelle che non li lascia vivere liberi, di quelle che: “Vai a giocare, ma non ti sporcare!”, che continua imperterrita a mettere il naso nelle loro vite, perché è la madre, semplicemente, ed è convinta che le spetti di diritto.

Giordano Lorenzini fa da sfondo a tutto questo. Un po' come Campobasso, la città in cui si svolgono le vicende narrate. Giordano resta dietro, sfocato, eppure è il protagonista. E' lui il padre che se n'è andato quando sua figlia aveva appena cinque anni, che l'ha lasciata crescere a metà, con un solo braccio, un solo orecchio, “una chiappa a scelta e il piede col callo”. Perché è così che si sente, Vera. Anche se dal padre ha ereditato quei capelli rossi che non sanno mai come stare, l'amore per i libri, e la voglia di inventare e raccontare storie strampalate.
E' lui il marito che ha amato Lia più di se stesso, anche se l'ha tradita. E' lui che l'ha riconosciuta quella sera tra altri mille volti e ha deciso che non l'avrebbe più lasciata andare via. E poco importa se nel frattempo lei stava con un altro: certi occhi si incontrano una sola volta nella vita. E' lui quello che diventa il vestito perfetto per lei, per tutte le occasioni (“L'abito cucito addosso al mio corpo, morbido sui fianchi (che pure se ingrassi un poco ti entra lo stesso), buono per la domenica in chiesa e per una pizza il sabato sera. Abbinato al colore dei miei occhi e di un tessuto caldo d'inverno e fresco d'estate.”)
E' lui il figlio che ha continuato ad assecondare i voleri di una madre insistente, invadente, incessantemente pronta a sentenziare su ogni cosa. E' lui che nonostante tutto, ha continuato a chiamarla ogni giorno, per sapere come stava e se aveva bisogno di qualcosa.
E' lui l'uomo silenzioso ma pieno di vita, che riscrive i finali delle storie su fogli a quadretti. L'amante dei libri, il libraio felice di non guadagnare chissà che, ma di vedere entrare qualcuno dalla porta del suo mondo magico e seguirlo con gli occhi mentre pesca un libro dallo scaffale, si siede su una delle due vecchie poltrone recuperate da uno storico negozio di antiquariato, e comincia a leggere.
E' lui l'uomo che si ammala, e si consuma lentamente, fino a morire. Fino a lasciare tre donne a farsi la guerra e a continuare, senza sosta, a sopportarsi con difficoltà, a non capirsi ed immancabilmente respingersi.
Almeno fino a quando una delle tre, sua figlia, non dovrà cambiare penna e rimettersi a scrivere un finale da lui lasciato in sospeso, combattendo contro i dubbi e le fragilità accumulate in venticinque anni. 

Avrei voglia di raccontarlo per intero, questo bel romanzo, ma rischierei di rovinare la sorpresa a chi capita qui per caso, e non l'ha ancora letto. Per cui mi fermerò.
Ed ecco che ritorno a ciò di cui parlavo all'inizio: da un libro ci si aspetta che ci ponga davanti ad una parte di noi che ancora non conoscevamo, che riesca ad illuminare un punto buio, che riesca a mostrarci le cose da un'altra prospettiva. E questo, fidatevi, riesce benissimo nel suo intento.
La Farinaccio è al suo esordio narrativo - fino ad ora ha fatto la critica musicale, e i riferimenti musicali, infatti, saltano fuori, eccome...e sono davvero azzeccatissimi - e tutto questo le fa onore, perché a mio parere è davvero una grande storia, quella che ha raccontato. E soprattutto lo ha saputo fare con un tono fresco e concreto, senza aver paura di sembrare eccessivamente dura in certi tratti, senza tuffarsi nelle frasi fatte, senza intingere le dita nel barattolo del miele.

Parla di Amore, di amore vero, storto. Non c'è niente di perfetto, niente di allineato, in questa storia. Amore di tutti i giorni. Che a volte non siamo bravi a riconoscere e che altre, invece, vorremmo tanto non dover riconoscere. Di quello che fa male, che non comprendiamo, di quello che pensiamo ci stia logorando, di quello che spesso ci sembra non sia abbastanza. Di gesti innati, come mani che spostano un ciuffo di capelli che cade di continuo sulla fronte; e poi amore che rende liberi, che sa lasciare spazio alla solitudine che arricchisce.
Parla del fatto che quando finisce ci lascia stremati sul divano per intere serate, senza neanche aver voglia di alzarci per lavare i denti. Di momenti infiniti in cui stiamo fermi e aspettiamo che il dolore passi, e che magari nel frattempo passi anche qualcun altro, con un ago e un filo, uno spago, o qualsiasi cosa riesca a riparare un cuore scassato e un respiro rimasto a metà. Parla di quando la notte, a letto, ci giriamo verso destra, allunghiamo la mano, e sentiamo il niente. Di luoghi che non si riescono più a vedere, da soli. Di posti vuoti a tavola, di cuscini che hanno perso il profumo dell'altro.
"Perché sono i dettagli che vengono a mancare", quando l'altro se ne va.
Parla di dolore. Dolore per la perdita, dolore per la malattia. Dolore che ci prende per mano mentre stiamo vicino a qualcuno che ci sta lasciando, che sia per sempre o solo per un po'. Di quei momenti che strappano l'anima e la pelle tutte assieme, in cui ci sentiamo senza più niente sotto ai piedi, in cui non possiamo far altro che osservare la vita che va via, e ci sentiamo impotenti, e pieni di rabbia. Di quando preferiremmo andar via noi, piuttosto che veder la scia di qualcun altro. Di quando ci abituiamo a quella mancanza definitiva e ci stupiamo di noi stessi, se diventiamo capaci di metterla a confronto con quella che non lo è, e che magari avremmo anche potuto evitare.
Parla del coraggio di andar via, di mollare la presa, quando il momento giusto arriva.
Parla di scelte che facciamo per salvarci, per crescere, anche andando contro chi si aspettava altro da noi, che sia una madre, un padre o un compagno di vita.
Parla di frammenti di felicità che abbiamo lasciato scappare, che non siamo riusciti a fermare perché troppo affamati e quindi troppo veloci nel viverla.
E' uno scossone, questo libro. Una folata di vento che trascina dall'altra parte del marciapiede.

La strada del ritorno è sempre più corta, è vero. E si può ripercorrere, certo. Ma prima di farlo, dobbiamo tirare avanti lungo tutta l'andata, senza guardarci indietro, arrivare alla fine del percorso e capire cosa abbiamo imparato, durante quei passi. Perché il dolore ci avrà sicuramente reso più forti e, di tutto quel coraggio, dovremmo aver capito cosa farne.









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